Ipocriti di sinistra

Se c’è una cosa che non sopporto è l’ipocrisia.
Il “De Mauro” la definisce così: “Simulazione di buone qualità o di buoni propositi attraverso azioni o atteggiamenti falsamente virtuosi, per ingannare qualcuno o per ottenerne i favori”.
Parlo di tutti quei sostenitori del Governo Prodi meglio individuabili come gli elettori del centro-sinistra alle politiche del 2006.
E’ certo che buona parte di queste persone ha sostenuto le ragioni della sinistra massimalista che ha recitato il “de profundis” a Prodi.
Dalla protesta contro l’allargamento della base USAF di Vicenza all’avversione contro il Mose di Venezia.
Dalle manifestazioni contro l’installazione dei rigassificatori all’avversione pretestuosa contro le centrali nucleari.
Dal sostegno alle manifestazioni farcite dell’odioso slogan “10, 100, 1000 Nassiriya” fino alle proteste contro la TAV.
Dall’avversione ai termovalorizzatori fino alle manifestazioni contro Israele e a favore della Palestina.
Solo una sparuta minoranza voterà coerentemente per Bertinotti: il “comandante Fausto” si è già tirato fuori: la sua carriera politica, in prima persona, è arrivata al capolinea e nessuno è all’altezza di sostituirlo.
Da quattordici anni è la solita solfa: votiamo chiunque purchè sia contro Berlusconi.
Non importa che con Veltroni ci siano i Radicali che hanno sempre osteggiati i sindacati e abbiano fatto battaglie e referendum contro la Magistratura politicizzata e irresponsabile.
Non importa nemmeno che ci sia Di Pietro che è esattamente l’opposto di ciò che significa liberalismo e libertà radicale.
Non importa che nel PD ci sia una tale Binetti collaterale all’ “Opus Dei” che simula interviste da parte di “Famiglia Cristiana” all’ “americano de Roma” e in sconcertante contrasto con l’anticlericalismo di Emma Bonino.
Non importa che nei dodici punti del PD ci sia scritto che i termovalorizzatori vanno costruiti come d’altronde anche i rigassificatori.
E non importa nemmeno che nello stesso programma si esaltino le mirabolanti prestazioni che può dare la TAV Torino-Lione.
Ma neanche importa che ci sia scritto che “…la Giustizia va riformata soprattutto per quanto riguarda le intercettazioni delle comunicazioni individuando nel PM il responsabile della custodia degli atti, riducendo drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinando sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali, per renderle tali da essere un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati…”. Esattamente il contrario di ciò che vuole Di Pietro.
Ma nemmeno importa che tutto ciò che va dicendo quel politico di “primo pelo” che è Uolter Viltroni (in circolazione dal 1970) sia esattamente il contrario di ciò che il governo Prodi ha cercato di fare finora.
Ecco il nuovo: per gli ipocriti di sinistra non importa il programma che in ogni epoca lo si è sempre cambiato “in corsa”: ciò che è importante è votare contro Berlusconi.
Il resto sono dettagli.
Ma si sa: la sinistra anziché allevare il manzo, uccide il vitello per darlo ai poveri e fare così un dispetto al padrone. Da sempre - Teppista
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PADOA - SCHIOPPA: GIOVANI FUORI CASA
ECONOMIA: VISCO, ITALIA IN DECLINO
All’epoca era un uomo legato, non asservito, al potere. E il potere si chiamava Fiat. Adesso sembra persino incredibile che si sia ritrovato a dirigere “l’Unità”, il quotidiano fondato da Gramsci, organico ai Ds. Dove peraltro ha gestito l’informazione in maniera mai condivisibile. Il suo obiettivo principale di aggressione, quasi l’unico, è stato sempre Berlusconi. Rovisto tra i vecchi peluche, come fossero dei ricordi, e mi torna alla mente un episodio di molti anni fa.Nel 1989, quando vengo chiamato a dirigere le news del Gruppo Fininvest, ricevo una telefonata di Furio Colombo da New York, la città dove risiedeva da tempo. Furio si congratula per la mia nomina e mi chiede se possiamo incontrarci. Rispondo che alla prima occasione, al suo rientro in Italia, sarò felice di rivederlo. Di stringergli la mano da amico. Lasciandomi piuttosto meravigliato, mi assicura invece, con una certa impazienza, di voler venire appositamente a Milano per parlarmi. Rimango confuso di fronte a questa manifestazione di affetto e di entusiasmo. La settimana dopo ci vediamo a Milano, nel più elegante e prestigioso albergo della città, il Principe di Savoia. Mi chiede come mi stanno andando le cose, che tipo di organizzazione ho deciso di mettere in piedi per l’informazione della Fininvest, poi però aggiunge:
“So che hai disposto anche un turno per le agenzie.”

Non sceglie, riporta. I suoi articoli e i suoi libri corposi sono la trasposizione in italiano del gergo delle carte bollate. Questo amanuense delle Procure passa in cancelleria, fa incetta di documenti tribunalizi e li travasa nei suoi innumerevoli scritti al ciclostile. L’arte di Travaglio consiste nel riportare sentenze e requisitorie, cospargendole di malignità per mettere in cattiva luce chi odia e di sapienti omissioni per salvare chi ama. Se deve scrivere che sono state archiviate le inchieste sul Cav per le bombe del ’92 dice: «Archiviate per scadenza dei termini, ma con motivazioni durissime». Quando però riferisce che il pm De Pasquale (pool milanese di Mani pulite) è stato assolto dall’accusa di avere indotto Gabriele Cagliari al suicidio per avergli promesso la scarcerazione, andando poi al mare e lasciandolo in galera, scrive: «È stato completamente scagionato da quei sospetti. Completamente» e tace che gli ispettori ministeriali hanno invece osservato: «…il De Pasquale ha tenuto comportamenti certamente discutibili… È mancata quella prudenza, misura, serietà che deve avere chi esercita il potere di incidere sulla libertà altrui». Travaglio nelle mille apparizioni tv ripete a pappagallo dati e circostanze che lì per lì nessuno può controllare ma che, passati al vaglio, rivelano spesso parecchi trucchi. Mancando di pensiero proprio, Travaglio ripete ciò che sente dire dai pm amici. Un tempo pendeva dalle labbra del procuratore di Torino, Marcello Maddalena. Oggi da quelle del pm milanese Piercamillo Davigo. Inoltre, detesta i contraddittori. Una volta che doveva presentare un suo libro antiberlusconiano a Cortina con i pm Caselli e Davigo, rifiutò di fare partecipare al dibattito sia pure una sola voce dissenziente, bocciando tutti i nomi proposti dagli organizzatori. «Che io sappia - spiegò irridente - quando Falcone veniva invitato a parlare di mafia nessuno gli chiedeva - in nome dell’equilibrio politico culturale - di portarsi dietro Michele Greco e Totò Riina». Come dire: io, Gomez e i due pm siamo la verità rivelata, chi non la pensa come noi è mafioso. Grottesco e ignobile, ma lui