Ipocriti di sinistra

Energia
Se c’è una cosa che non sopporto è l’ipocrisia.
Il “De Mauro” la definisce così: “Simulazione di buone qualità o di buoni propositi attraverso azioni o atteggiamenti falsamente virtuosi, per ingannare qualcuno o per ottenerne i favori”.
Parlo di tutti quei sostenitori del Governo Prodi meglio individuabili come gli elettori del centro-sinistra alle politiche del 2006.
E’ certo che buona parte di queste persone ha sostenuto le ragioni della sinistra massimalista che ha recitato il “de profundis” a Prodi.
Dalla protesta contro l’allargamento della base USAF di Vicenza all’avversione contro il Mose di Venezia.
Dalle manifestazioni contro l’installazione dei rigassificatori all’avversione pretestuosa contro le centrali nucleari.
Dal sostegno alle manifestazioni farcite dell’odioso slogan “10, 100, 1000 Nassiriya” fino alle proteste contro la TAV.
Dall’avversione ai termovalorizzatori fino alle manifestazioni contro Israele e a favore della Palestina.

Solo una sparuta minoranza voterà coerentemente per Bertinotti: il “comandante Fausto” si è già tirato fuori: la sua carriera politica, in prima persona, è arrivata al capolinea e nessuno è all’altezza di sostituirlo.

Da quattordici anni è la solita solfa: votiamo chiunque purchè sia contro Berlusconi.
Non importa che con Veltroni ci siano i Radicali che hanno sempre osteggiati i sindacati e abbiano fatto battaglie e referendum contro la Magistratura politicizzata e irresponsabile.
Non importa nemmeno che ci sia Di Pietro che è esattamente l’opposto di ciò che significa liberalismo e libertà radicale.
Non importa che nel PD ci sia una tale Binetti collaterale all’ “Opus Dei” che simula interviste da parte di “Famiglia Cristiana” all’ “americano de Roma” e in sconcertante contrasto con l’anticlericalismo di Emma Bonino.
Non importa che nei dodici punti del PD ci sia scritto che i termovalorizzatori vanno costruiti come d’altronde anche i rigassificatori.
E non importa nemmeno che nello stesso programma si esaltino le mirabolanti prestazioni che può dare la TAV Torino-Lione.
Ma neanche importa che ci sia scritto che “…la Giustizia va riformata soprattutto per quanto riguarda le intercettazioni delle comunicazioni individuando nel PM il responsabile della custodia degli atti, riducendo drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinando sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali, per renderle tali da essere un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati…”. Esattamente il contrario di ciò che vuole Di Pietro.
Ma nemmeno importa che tutto ciò che va dicendo quel politico di “primo pelo” che è Uolter Viltroni (in circolazione dal 1970) sia esattamente il contrario di ciò che il governo Prodi ha cercato di fare finora.

Ecco il nuovo: per gli ipocriti di sinistra non importa il programma che in ogni epoca lo si è sempre cambiato “in corsa”: ciò che è importante è votare contro Berlusconi.
Il resto sono dettagli.

Ma si sa: la sinistra anziché allevare il manzo, uccide il vitello per darlo ai poveri e fare così un dispetto al padrone. Da sempre – Teppista

A proposito di “Senatori a vita”

Umberto VeronesiNon sarà certamente con le candidature eccellenti che Veltroni potrà conquistarsi ciò che gli elettori non possono riconoscergli: la credibilità del suo progetto politico. L’economia italiana è al palo ed è la peggiore dell’Unione Europea, grazie al PD di Prodi e di Veltroni che nei due anni di Governo ha prodotto la più alta pressione burocratica e fiscale mai raggiunta nel paese, senza nemmeno conseguire l’obiettivo di un risanamento strutturale dei conti pubblici.
Una di queste candidature eccellenti è quella del professor Veronesi che è uno scienziato con molti meriti per quanto riguarda la cura dei tumori ed è stimato da molti italiani, indipendentemente dall’appartenenza politica. E’ però opinione diffusa che molte delle sue idee, dai termovalizzatori alle centrali nucleari, che noi tra l’altro condividiamo, saranno comunque osteggiate violentemente sul territorio dalla sinistra massimalista che nessuno riuscirà mai ad estirpare anche se sarà esautorata dal Parlamento.
Spesso questi scienziati accettano candidature per ragioni che esulano dalla convinzione politica o programmatica. Per esempio la professoressa Rita Levi Montalcini in Senato già c’era e, ironia della sorte, era ed è presidente della omonima fondazione che ottiene e ha ottenuto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca finanziamenti finalizzati per svariati milioni di euro. E, sempre ironia della sorte, la professoressa non ha mai mancato, in Senato, una votazione importante alla seppur veneranda età di 98 anni suonati.
Il professor Veronesi è presidente della omonima fondazione ed è Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia di cui ne è stato il fondatore. Entrambe le istituzioni svolgono attività di ricerca scientifica fruendo di cospicui finanziamenti statali. L’Istituto Europeo di Oncologia, di diritto privato, è riconosciuto come IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) usufruendo anche di vantaggiosi accordi con il Servizio Sanitario Nazionale.
Senza voler pescare nel torbido, vorremmo capire il motivo per cui il professor Umberto Veronesi ha accettato, alla veneranda età di 83 anni, la candidatura che Veltroni gli ha offerto.
Forse per ottenere la carica di Ministro della Salute? Lo crediamo poco probabile.
Forse per ottenere una via preferenziale nell’erogazione di fondi per la ricerca? Più probabile.
O forse per sostituire la professoressa Rita Levi Montalcini in caso di una sua repentina dipartita? Quasi sicuro: sarebbe già lì e basterebbe solo spostarlo di qualche scranno: non si sa mai, tra maggioranza e opposizione, tutto può accadere.

Questo è il nuovo che ci aspetta per il nostro futuro – Teppista.

Un nazista in via Freguglia

Corso di Porta Vittoria
“La Repubblica”, 23 gennaio 2004 – Da Cagliari a Gardini i suicidi di Tangentopoli
MILANO – Il suicidio di Alessandro Bassi scuote l’inchiesta Parmalat e riporta inevitabilmente alla memoria altri drammatici episodi analoghi che hanno contraddistinto il periodo della tangentopoli milanese e del lavoro dei magistrati di ‘Mani Pulite’. Nomi illustri hanno segnato, con il suicidio, quell’ inchiesta. Da Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, a Raul Gardini, il padre di Enimont, a Sergio Moroni, deputato socialista.
La prima ‘vittima’ del clamore di tangentopoli è Renato Amorese, ex segretario del Psi di Lodi che, il 17 giugno 1992, si toglie la vita con un colpo di pistola alla tempia, pochi giorni dopo essere stato interrogato dall’allora pm Antonio Di Pietro su una tangente da 400 milioni di lire.
Il 2 settembre dello stesso anno, si uccide, nella cantina della sua casa di Brescia, il deputato del Psi Sergio Moroni: aveva ricevuto due avvisi di garanzia dai magistrati milanesi che avevano anche inviato alla Camera la richiesta di autorizzazione a procedere.
Nel giro di tre giorni, nel luglio del 1993, si verificano altri due suicidi clamorosi: il 20 luglio si uccide nel carcere di San Vittore l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, detenuto da oltre quattro mesi. Lo trovano con la testa infilata in un sacchetto di plastica.
Mentre stanno per svolgersi i funerali di Cagliari, tre giorni dopo, di prima mattina nella sua abitazione milanese nella centralissima piazza Belgioioso, Raul Gardini, ormai entrato nel mirino degli inquirenti, si uccide sparandosi un colpo di pistola.

Estratto dell’ultima lettera di Gabriele Cagliari ai familiari prima di suicidarsi.
“Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna. La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.

L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”

La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima

Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.

Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo. Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.

A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative … Gabriele”

Ecco invece come giustifica il comportamento del Pool uno dei suoi componenti.
Il caso di Cagliari è ancora più incredibile, perchè il suo suicidio l’hanno sempre addebitato al Pool; ma Cagliari non stava più in galera per noi
……
era in carcere perchè responsabile di reati di corruzione e d’altro tipo più che accertati, per i quali non si è più proceduto dopo la sua morte proprio per questa ragione. Ma non era innocente
……….
Poi, comunque, l’avevamo rimesso in libertà, perchè erano terminate le esigenze cautelari;
………..
Quando Cagliari morì non era più detenuto per opera del Pool di Mani Pulite!…

Riflettiamo su questo paragrafo finale e le affermazioni in esso contenute.
Gabriele Cagliari era colpevole: l’abbiamo detto NOI DELLA PROCURA ancor prima che un Tribunale, una Corte d’Appello o una Corte di Cassazione avessero a pronunciarsi: bastava e avanzava. Se si è suicidato è stato affar suo e ben gli stava: noi non c’entravamo più. Le sue responsabilità le individuammo e ciò a noi bastò. Se poi morì, NON CI AVREMMO, COMUNQUE, POTUTO FARE PIU’ NIENTE.

Questo signore che parla così forbito, responsabile di decine di altri suicidi oltre a quelli elencati da “Repubblica” nel trafiletto in apertura è forse, per caso, quel signore che si è appena imparentato con Veltroni e vuole togliere tutti i canali TV a Berlusconi?


Neppure i nazisti arrivarono a questo grado di crudeltà: i condannati a morte, per renderli incoscienti, li stordivano prima con il gas – Teppista.

A proposito di Berlusconi.

Berlusconi, il punto G e i dementi del web

Il 3 Novembre, durante una visita in veste privata alla Fiera dell’Antiquariato all’Arsenale di Verona, Silvio Berlusconi è uscito con una delle sue solite battute esilaranti e, come sempre, fuori luogo.
“Ho scoperto che cos’e’ il punto ‘G’ delle donne: e’ l’ultima lettera di shopping…”

Premesso che questa battuta è più vecchia di quelle su Pierino e che Berlusconi la utilizza abbastanza frequentemente.
[Roma - gennaio 2006] – Nel corso di una manifestazione di Forza Italia, che si è tenuta mercoledì a Roma, su un mega-schermo è comparsa per errore la scritta “Siciglia” anziché “Sicilia”. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha approfittato dello sbaglio dell’operatore per una delle sue consuete battute, questa volta addirittura “a luci rosse”.
“Deve essere stata una donna – ha affermato con il sorriso stampato sulle labbra – quelle sono fissate con il punto G. Lo vedono dappertutto. Ma voi sapete dov’è il loro vero punto G? E’ nella G di shopping. E’ lo shopping che le fa godere”.
Premesso che la stessa battuta girava, dal 1980 e per diversi anni, nel settore del commercio dei beni di lusso, quasi fosse un complimento per le signore che entravano in alcuni negozi per comperare prodotti costosissimi e riservati a pochissime fortunate. Una Fiera dell’Antiquariato, appunto dove si trovava Berlusconi, non è certo un luogo diverso da questi.
Premesso che nel cabaret, ad esempio a Zelig, riferirsi al punto G è uno dei modi migliori per fare battute: alcune delle più note sono quelle di Sconsolata (Anna Maria Barbera) che potete guardarvi quà in santa pace.
Premesso che Berlusconi, pur essendo in veste privata e pretendendo alcune volte di comportarsi come un libero cittadino, è pur sempre un ex-Presidente del Consiglio dei Ministri di una delle 8 nazioni più industrializzate del mondo e, ogni tanto, dovrebbe ricordarselo.

Tutto ciò premesso, vorrei capire per quale motivo, nella sola giornata di ieri, sono riuscito a trovare un centinaio, tra organi di informazione, agenzie di stampa, per non parlare di blog, che riportavano la notizia come fosse la più grossa bestemmia mai detta da un politico in Italia. E, puta caso, si tratta sempre di gente di sinistra oppure di organi di informazione che appoggiano l’attuale Governo divenuti subitamente puritani, timorati di Dio e timorosi di finire, nella Vita Celeste, tra le braccia di Lucifero.

O, forse, non hanno altro a cui pensare se non alle battute di Berlusconi?
O, forse, che dia loro troppo fastidio pensare ai propri problemi e di conseguenza, come consigliano tutti gli psichiatri ai veri malati di mente, è meglio trasporre il pensiero su argomenti non personali?
O, forse, ormai certi del ritorno al governo di Berlusconi, stiano già facendo prove di opposizione?

C’è del marcio in Danimarca – Teppista

Ministero dell’Economia e delle Finanze: senza parole

Padoa e SchioppaPADOA – SCHIOPPA: GIOVANI FUORI CASA
Con misure per consentire ai figli di affrancarsi famiglia
(ANSA) – ROMA, 4 OTT – “Mandiamo i ‘bamboccioni’ fuori di casa”, dice con una battu
ta Padoa-Schioppa riferendosi alle agevolazioni sugli affitti per i piu’ giovani. “Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. E’ un’idea importante”, ha messo in evidenza il ministro dell’Economia nell’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. Per gli statali, spiega poi Padoa-Schioppa, le risorse “ci saranno”.

PADOA – SCHIOPPA, TASSE COSA BELLISSIMA
In atto polemica irresponsabile, se conti ok riduzione Ici
(ANSA) – ROMA, 7 OTT – “Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili”, dice Tommaso Padoa-Schioppa. Per questo, secondo il ministro del Tesoro, la polemica anti-tasse “e’ assolutamente irresponsabile”. “Se il recupero dell’evasione fiscale continuera’ e nel vincolo del pareggio di bilancio -aggiunge il ministro- e’ naturale che si chieda una riduzione dell’Irpef” mentre sara’ lo Stato ad accollarsi i nuovi oneri derivanti dalla riduzione dell’Ici.
Visco con il treECONOMIA: VISCO, ITALIA IN DECLINO
Paese che da anni cresce meno di media europea non va
(ANSA) – ROMA, 8 OTT – L’Italia e’ ‘in declino’, parola del viceministro Visco, che sottolinea: ‘Un Paese che da anni cresce meno della media europea non sta bene’. Visco spiega che il nostro e’ ‘un Paese oberato dai debiti. Non c’e’ solo il debito pubblico ma ci sono anche le pensioni: due voci che insieme valgono 20 punti di Pil, mentre altri Paesi per le stesse cose ne spendono 15′. Servirebbe ‘un messaggio di verita
‘ che fino a oggi classi dirigenti spaventate o inconsapevoli non hanno saputo dare’.

FMI TAGLIA STIME CRESCITA 2008
Pil Italia scendera’ a +1, 3, critiche a risanamento

(ANSA) -ROMA,8 OTT- Fmi taglia le stime di crescita mondiale dello 0,4% nel 2008 rispetto alle precedenti previsioni. In calo anche la stima del Pil italiano a 1,3%. Secondo l’ultima bozza del World Economic Outlook, l’economia italiana crescera’ dell’1,7% quest’anno e dell’1,3% il prossimo. Il Governo Prodi si attende invece un +1,9% nel 2007 e un +1,5% nel 2008.
FINANZIARIA: DUELLO TRA PADOA-SCHIOPPA E ALMUNIA
(ANSA) -LUSSEMBURGO, 9 OTT – Sulla Finanziaria e’ duello tra Tommaso Padoa-Schioppa e Joaquin Almunia.Se il commissario Ue agli affari economici e monetari parla della necessita’ di ”misure aggiuntive” e chiede all’Italia ”il rispetto dei patti” per aggredire un debito pubblico ”insostenibile”, il ministro dell’Economia replica: ”Gli impegni con l’Europa sono stati rispettati”, perche’, dice, nel 2007 abbiamo fatto meglio del previsto sul fronte del deficit e nel 2008 possiamo fare anche un po’ di meno.A sentire le dichiarazioni di Almunia e quelle di Padoa-Schioppa nella due giorni lussemburghese in cui si sono riuniti l’Eurogruppo e l’Ecofin sembra di assistere ad un dialogo tra sordi, con il commissario decisamente piu’ duro con l’Italia che con la Francia, malgrado quest’ultima abbia confermato l’intenzione di far slittare al 2012 l’obiettivo del pareggio di bilancio.
FINANZIARIA, PRODI AD ALMUNIA: NON AFFONDO IL PAESE
(ANSA) – BRUXELLES, 9 OTT – “Siamo veramente in regola con il cammino che ci siamo posti: non ho nessuna intenzione di deviare, ma nemmeno di rinunciare alle linee di sviluppo ed equità che ho scelto per l’Italia”. Lo ha detto il premier Romano Prodi, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano un commento sul nuovo richiamo del commissario europeo Almunia a ridurre il debito.

“Abbiamo tracciato un cammino e lo seguiamo”
Peccato che il “nostro Prodi” abbia “semplicemente” sbagliato strada – Teppista

Isola eco-socio-demagogica

Durante le ferie mi capita spesso di girovagare tra paesini del Centro Italia in cerca di qualche immagine del passato difficilmente trovabile nella mia Milano.
Spesso sono scorci medievali di torri sovrastate da filari di merli ghibellini, detesto quelli guelfi, altre volte sono chiavi di volta dei portoni con incisi gli stemmi dei padroni di casa o i batacchi che ricordano le virtù degli ospiti che vi hanno soggiornato.
Quest’anno ho cambiato idea: testimoniare come le Autorità Locali gestiscono la spazzatura.Non per cattiveria o per partigianeria, ma i luoghi che frequento sono, in maggioranza, gestiti da giunte di Sinistra o di Centro-Sinistra; di questi tempi la demagogia, quindi, impera.Pur di farsi belli e di primeggiare nella dabbenaggine comune della
“raccolta differenziata”, fanno a gara per sfornare assurde idee e cercare di convincere i cittadini sulla validità dei “diktat” del Ministro per l’Ambiente Pecoraio Stanco.
Si spendono così centinaia di migliaia di euro per costruire “isole ecologiche”, in pura plastica e finto legno, per la raccolta differenziata degli RSU e degli RMM, distribuite lungo le strade di un territorio collinare ameno solo a vedersi. Si trova di tutto: umido, secco, carta, cartone, vetro, plastica, ferro e alluminio; una gioia per i gatti randagi che provvedono a sparpagliarne il contenuto lungo le strade durante le quattro notti che giace in attesa della raccolta. E i cittadini, per protesta, nel “Punto di Conferimento zone Esterne” ci mettono di tutto.

Bei tempi quando c’era Berlusconi, i vecchi cassonetti e le giunte “ladre e vetero-democristiane”: poca demagogia, poco odore, tanto ordine, pulizia ed efficienza. Oggi sono rimasti soltanto quei quattro gatti ad esserne contenti.Honni soit qui mal y pense – Teppista

Furio Colombo raccontato dall’amico Emilio Fede

Ho seguito con molta malinconia il percorso di Furio Colombo. Dico malinconia perché lo conosco da tantissimi anni, da quando lavoravamo nella stessa redazione, quella di Tv7″.
All’epoca era un uomo legato, non asservito, al potere. E il potere si chiamava Fiat. Adesso sembra persino incredibile che si sia ritrovato a dirigere “l’Unità”, il quotidiano fondato da Gramsci, organico ai Ds. Dove peraltro ha gestito l’informazione in maniera mai condivisibile. Il suo obiettivo principale di aggressione, quasi l’unico, è stato sempre Berlusconi. Rovisto tra i vecchi peluche, come fossero dei ricordi, e mi torna alla mente un episodio di molti anni fa.Nel 1989, quando vengo chiamato a dirigere le news del Gruppo Fininvest, ricevo una telefonata di Furio Colombo da New York, la città dove risiedeva da tempo. Furio si congratula per la mia nomina e mi chiede se possiamo incontrarci. Rispondo che alla prima occasione, al suo rientro in Italia, sarò felice di rivederlo. Di stringergli la mano da amico. Lasciandomi piuttosto meravigliato, mi assicura invece, con una certa impazienza, di voler venire appositamente a Milano per parlarmi. Rimango confuso di fronte a questa manifestazione di affetto e di entusiasmo. La settimana dopo ci vediamo a Milano, nel più elegante e prestigioso albergo della città, il Principe di Savoia. Mi chiede come mi stanno andando le cose, che tipo di organizzazione ho deciso di mettere in piedi per l’informazione della Fininvest, poi però aggiunge:
“So che hai disposto anche un turno per le agenzie.”
“Certo, Furio. Le agenzie sono il pane dell’informazione.”
“Sì però ho saputo che hai messo alle agenzie una giornalista, Cristina Gabetti [figlia dell'illustre Gabetti-Fiat, ndr].”
“Sì. È una bella e brava ragazza” rispondo io, “molto impegnata. Ho fiducia in lei.”
“D’accordo, però lei è un’esperta di musica. Se tu potessi dispensarla dalle agenzie e lasciarle curare altri argomenti, la musica soprattutto… “
“Vedi, Furio, è una richiesta che potrei benissimo accettare. Non l’accetto perché io voglio fare il direttore. Capisco l’atto di cortesia che vuoi fare nei confronti del padre, ma la tua richiesta mortificherebbe una persona semplice, allegra e così contenta di fare questo mestiere.”
Ho raccontato questo piccolo episodio per far capire quanto Furio Colombo fosse e sia un personaggio diverso da quello che parlava del proletariato quasi fosse il suo pane quotidiano. Pane che non ha mai masticato.

Che strano! Berlusconi non c’entrava niente.

I giornali hanno ignorato o liquidato in poche righe il dietrofront dell’ex consulente dei Pm siciliani che ha cancellato 10 anni di accuse. I media hanno sempre enfatizzato le perizie di Giuffrida che diffamavano la Fininvest adombrando rapporti con la mafia. Ma sulla smentita solo qualche trafiletto. A fare l’indignato che fa volar gli stracci cominci a sentirti anche un po’ scemo: talvolta non riesci più a capire dove comincia la tua opinione e dove quella del ruolo nella commedia. Ma qui, davvero, la domanda è vera: com’è possibile che alcuni giornali, ieri, non abbiano completamente dato la notizia che la famosa perizia-Giuffrida, quella che nel 1997 ipotizzava una provenienza oscura dei primi capitali Fininvest, è stata giudicata sbagliata e incompleta proprio dal perito che la elaborò? Come-è-possibile?
Berlusconi Riassunto brevissimo per chi avesse letto solo Corriere o Repubblica o Stampa o Unità, e non capisse quindi di che stiamo parlando: la Procura di Palermo, nel 1997, affidò al perito della Banca d’Italia Francesco Giuffrida l’incarico di verificare se dei soggetti terzi (tipo la mafia) avessero potuto contribuire a formare eventualmente il gruzzolo primordiale della Fininvest. La perizia, pur genericamente, non riuscì a individuare la precisa origine di otto operazioni, e partì da questo una macchina mediatica formidabile, un leimotiv che trasformò Giuffrida in eroe e Berlusconi in mafioso. Giuffrida, ora, ha messo per iscritto che le famose operazioni erano in realtà «tutte ricostruibili, e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest»; non solo: Giuffrida ha ammesso che a margine della perizia fu sovente messo alle strette dalla Procura di Palermo e soprattutto che il lavoro non poté neppure terminarlo, perché il procedimento contro Berlusconi fu infine archiviato. Circostanza che non impedì di riutilizzare la stessa perizia e la sua testimonianza, benché incomplete, nel corso del processo contro Marcello Dell’Utri per appoggio esterno in associazione mafiosa. Ora: come si valuta una notizia come questa, o meglio: come si valuta la smentita di una notizia e di una perizia di dieci anni fa? In cento modi, ma non c’è smentita che non vada calibrata secondo le conseguenze che la notizia falsa intanto abbia avuto. Nel caso della perizia di Giuffrida si parla di qualcosa che adombrò «mafia» attorno all’uomo più popolare del Paese, forse dopo il Papa, qualcosa che, come illustrato splendidamente da Luca Fazzo su “Il Giornale”, divenne architrave delle frotte di libri dei berluscologi Ruggeri & Guarino, poi rimpiazzati dall’altra coppia Gomez & Travaglio, senza contare le copertine dell’Espresso, quelle di Diario, il conosciuto libro L’odore dei soldi (quelli guadagnati da Travaglio, in realtà) scritto da Elio Veltri e Travaglio medesimo, lo stesso poi riversato nella nota e galeotta puntata con Daniele Luttazzi su Raidue, dunque sui centinaia di video reperibili sul sito Youtube. Il sedimento decennale di una notizia-perizia del genere, ora smentita, ha creato mostri, si è trascinata come una pesca a strascico di sostanziali cazzate; per esempio su centinaia di blog, addirittura in un pamphlet coadiuvato dall’eurodeputato Gianni Vattimo e distribuito a Bruxelles in quattro lingue, e addirittura in appelli «Forza Giuffrida» senza contare l’incipit del famoso Caimano di Nanni Moretti, insomma classiche note di antiberlusconismo professionale. Ci vorrebbero in teoria dieci anni per pareggiare i conti, e non si può, d’accordo, le cose vanno come vanno, e però, ora, come-è-possibile non dare neppure la notizia? Neppure-la-notizia? Oddio, Repubblica l’ha con 14 righe a pagina 22, e il titolo è «Fininvest, niente causa al consulente dei pm di Palermo». Anche la Stampa ha pubblicato uno straccetto d’agenzia non firmato a pagina 18. L’Unità niente, e si capisce, anzi no, una cosa del genere non è perdonabile neppure su l’Unità, perché il direttore Antonio Padellaro è uno che le notizie perlomeno le ha sempre date. Non si pretende magari che possa titolare come ha fatto Libero di ieri, che in prima pagina ha sparato «Su Silvio un mucchio di balle». Ma che dire del solito Corriere della Sera? Non ha scritto niente. Niente. Presente il Corriere della Sera? Non ha scritto niente. Ovvio che a Fininvest interessasse ristabilire la verità, è per questo che a suo tempo promosse una causa civile per forza di cose contro Francesco Giuffrida. Ma l’obiettivo era appunto la verità, non Giuffrida: nella transazione infatti il Gruppo riconosce «che i limiti della consulenza del dottor Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza, ma da eventi estranei alla sua volontà». Chiusa qui. E pensare che nel tardo novembre 2006 l’apposito Marco Travaglio diffuse addirittura un appello a favore di Giuffrida, martire vessato dalla Fininvest: «Perché questo appello?», scriveva. Risposta: «Per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano». Ma quale silenzio. Dieci anni di baccano fatto alle sue spalle, dieci anni di santificazione non richiesta per un funzionario che ora ammette la sua serafica verità. Il silenzio, silenzio su questa verità, è quello dei giornali di ieri e di oggi e di domani. Tendi l’orecchio: non si sente niente.

Liberamente tratto da un articolo di F. Facci

Honni soit qui mal y pense – Teppista

Lotta di classe – una visione liberale

E’ stata riproposta negli ultimi tempi da Guglielmo Piombini, la tesi sostenuta da Luigi De Marchi nei suoi scritti dell’ultimo decennio: e cioè che nella maggior parte del secolo scorso la vera lotta di classe del nostro tempo è stata e resta quella tra i lavoratori del privato (imprenditori, dipendenti e autonomi) e la burocrazia parassitaria che tutti li depreda, ormai, di 2/3 del loro reddito.


Pelizza da Volpedo


Ha fatto piacere vedere che, a differenza di vari politici e politologi di questi anni, si riconosca ancor’oggi questa priorità nell’enunciazione della teoria liberale e liberista della lotta di classe con le prime parole del libro ” Il Manifesto dei Liberisti”, pubblicato nel ‘95: “La grande novità politica di questo scorcio di secolo in tutto l’Occidente avanzato è la rivolta dei produttori del privato contro la classe burocratica e i suoi padroni/padrini: i parassiti statalisti. Questa è la vera lotta di classe del nostro tempo, altro che quella tra imprenditori e dipendenti del privato, di cui sono andati vaneggiando per tutto il secolo i nipotini di Carlo Marx!”. Viene anche messo in evidenza come questa tesi, elaborata in molti scritti degli anni ‘90, fosse già chiaramente enunciata dallo stesso De Marchi in un libro del ‘75 intitolato “Psicopolitica“, con cui, oltre 20 anni fa, venivano gettate le basi della psicologia politica liberale: “E’ sempre più evidente – veniva scritto in quell’opera sfidando l’imperante delirio marxista – che la vera classe parassitaria e sfruttatrice è nel mondo intero, e da lungo tempo ormai, la classe burocratica.”Uno dei grossi meriti della riscoperta è l’aver raccolto con cura le anticipazioni della teoria liberale della lotta di classe sparse nelle opere di alcuni grandi maestri del pensiero liberista: da Charles Comte a Charles Duneyer, da James Mill a Vilfredo Pareto nel XIX secolo, da Oppenheimer a Nock, da von Mises ad Hayek nel XX secolo. Forse un limite sta nell’illusione che a questo scontro di classe in atto tra produttori e burocrati corrisponda una matura coscienza di classe nella classe sfruttata: appunto tutti gli operatori del privato. “I protagonisti della sollevazione antiburocratica in atto negli ultimi vent’anni si sono accorti di avere in comune interessi, mentalità ed aspirazioni e di far parte di un’unica e grande classe, i produttori, composta da tutti coloro che, sottomessi alla legge della concorrenza, vivono nell’incertezza dell’economia privata: sia il temperamento che l’ambiente di lavoro li portano ad accogliere una concezione liberale della vita e della produzione”.E ancora una volta viene sottolineata l’importanza dell’idea di radicare la teoria liberale della lotta di classe nella psicologia politica: “ Da psicologo De Marchi ha messo bene in luce, nell’antagonismo tra produttori e burocrati, i contrapposti tipi caratterologici”. Purtroppo la maturazione di questa nuova coscienza di classe è ancora lontana:
su questa inconsapevolezza degli sfruttati continuano a prosperare la vecchia sinistra e tutte le forze stataliste.
Ma è già un enorme passo avanti che questa teoria trovi consensi e sviluppi nei giovani pensatori del XXI secolo.
Honni soit qui mal y pense – Teppista

Un chierichetto della destra

Marco Travaglio è un giornalista di granitiche certezze: ne ha
diverse che si riducono a una sola: i mali del mondo si sanano con la carcerazione che si spera sia definitiva. Il corollario è che Silvio Berlusconi, essendo il peggiore dei mali, sarà alla fine acciuffato dai giudici e terminerà al fresco i suoi giorni.

Travaglio ha consacrato gli ultimi 15 anni e consacrerà i venturi per aiutare le toghe a conseguire l’obiettivo con articoli, libri, sermoni televisivi. Marco è un aitante giovanotto di 42 anni con un viso spiritualmente affilato e l’aspetto generale del cherubino. Quest’anno è apparso in Rai come compare del collega Michele Santoro nella trasmissione Anno Zero. Con tono gelido e sorriso di sufficienza, apriva la puntata declamando pensierini in forma di lettera, col piglio di un appello a reti unificate del presidente Putin, cui vagamente somiglia. In sala silenzio di tomba, sul video un trepidante Santoro ossigenato in attesa di chissà quali rivelazioni. Marco apriva le labbra ben disegnate e dava sfogo
alle proprie idiosincrasie sull’Italia con l’aria dell’alieno capitato nel Paese sbagliato. Ha raggiunto il culmine con una lettera a Indro Montanelli nell’Aldilà. «Caro direttore… ora che sei in Paradiso, immagino che tu…» e così via, chiamando il defunto a testimone delle brutture di quaggiù: Berlusconi, Andreotti, Giuliano Ferrara, Papa Ratzinger, i preti pedofili, l’opposizione ai matrimoni gay. Montanelli ha taciuto come l’Apollo delfico e la Pizia-Travaglio gli ha messo in bocca quello che pareva a lui. Vizio di Marco è, infatti, non dire mai ciò che pensa, trincerandosi dietro le opinioni di presunte autorità: la massa delle intemerate travagliesche sono farina del sacco di discussi magistrati. Ciò che i giudici dicono è per Marco oro colato. Non sceglie, riporta. I suoi articoli e i suoi libri corposi sono la trasposizione in italiano del gergo delle carte bollate. Questo amanuense delle Procure passa in cancelleria, fa incetta di documenti tribunalizi e li travasa nei suoi innumerevoli scritti al ciclostile. L’arte di Travaglio consiste nel riportare sentenze e requisitorie, cospargendole di malignità per mettere in cattiva luce chi odia e di sapienti omissioni per salvare chi ama. Se deve scrivere che sono state archiviate le inchieste sul Cav per le bombe del ’92 dice: «Archiviate per scadenza dei termini, ma con motivazioni durissime». Quando però riferisce che il pm De Pasquale (pool milanese di Mani pulite) è stato assolto dall’accusa di avere indotto Gabriele Cagliari al suicidio per avergli promesso la scarcerazione, andando poi al mare e lasciandolo in galera, scrive: «È stato completamente scagionato da quei sospetti. Completamente» e tace che gli ispettori ministeriali hanno invece osservato: «…il De Pasquale ha tenuto comportamenti certamente discutibili… È mancata quella prudenza, misura, serietà che deve avere chi esercita il potere di incidere sulla libertà altrui». Travaglio nelle mille apparizioni tv ripete a pappagallo dati e circostanze che lì per lì nessuno può controllare ma che, passati al vaglio, rivelano spesso parecchi trucchi. Mancando di pensiero proprio, Travaglio ripete ciò che sente dire dai pm amici. Un tempo pendeva dalle labbra del procuratore di Torino, Marcello Maddalena. Oggi da quelle del pm milanese Piercamillo Davigo. Inoltre, detesta i contraddittori. Una volta che doveva presentare un suo libro antiberlusconiano a Cortina con i pm Caselli e Davigo, rifiutò di fare partecipare al dibattito sia pure una sola voce dissenziente, bocciando tutti i nomi proposti dagli organizzatori. «Che io sappia – spiegò irridente – quando Falcone veniva invitato a parlare di mafia nessuno gli chiedeva – in nome dell’equilibrio politico culturale – di portarsi dietro Michele Greco e Totò Riina». Come dire: io, Gomez e i due pm siamo la verità rivelata, chi non la pensa come noi è mafioso. Grottesco e ignobile, ma lui
neanche se ne accorge. Travaglio, ormai, scimmiotta Travaglio. È prigioniero del suo personaggio e del benessere che gli ha procurato. Nel «dagli» al Cav ha trovato la gallina dalle uova d’oro.
I suoi libri, inzeppati di atti giudiziari, vanno a ruba. Scrive anche sul settimanale femminile «A» diretto da Maria Latella, biografa e confidente di Veronica Lario, moglie del Cav. Educato dai salesiani, ha debuttato a metà anni ’80 come cronista della rivista diocesana, Il nostro tempo. Marchino, poco più che ventenne, fungeva da caporedattore della piccola redazione, facendo i titoli e impaginando i «pezzi». Era già allora un portatore di certezze, ma opposte a quelle odierne. Spaziavano dall’anticomunismo, all’insofferenza verso buonismi e perdonismi sinistrorsi. In politica, sembrava stare a cavallo tra Msi e la Dc più conservatrice. Nelle guerre tra Berlusconi e l’ing. De Benedetti (caso Sme, ecc), si schierava col Cav. Nelle cose di Chiesa era tradizionalista e sostenitore della messa in latino. Era, insomma, un chierichetto della destra cattolica. Già allora documentatissimo accumulava ritagli di giornale e spulciava faldoni; come oggi, era austero e astemio. Amico di Giovanni Arpino, collaboratore del Giornale, lo tampinò finché non fu presentato a Montanelli. Così, divenne corrispondente in seconda del Giornale da Torino. Si occupava soprattutto di sport. Scrisse Lo stupidario del calcio, sbertucciando i cronisti sportivi. Era, dunque, avviato a una serena carriera di giornalista rilassato, quando vennero Tangentopoli e la rottura tra Montanelli e Berlusconi. Marco seguì il direttore alla Voce e cominciò a odiare il Cav per interposto Indro. Giustizialista si scoprì invece abbeverandosi al giudice Maddalena, anche lui del giro montanelliano. Ebbe successo e si innamorò di sé stesso.
Liberamente tratto da un articolo di G. Perna